Questo libro racconta la storia di un mugnaio friulano – Domenico Scandella detto Menocchio – morto bruciato per ordine del Sant’Uffizio dopo una vita trascorsa nella più completa oscurità. Gli incartamenti dei due processi tenutisi contro di lui a quindici anni di distanza ci dànno un ricco quadro dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, delle sue fantasie e delle sue aspirazioni. Altri documenti ci danno notizie sulle sue attività economiche, sulla vita dei suoi figli. Abbiamo perfino pagine scritte da lui, e un elenco parziale delle sue letture (sapeva infatti leggere e scrivere). Molte altre cose, certo, vorremmo sapere di Menocchio. Ma già quello che sappiamo consente di ricostruire un frammento di quella che si è soliti chiamare «cultura delle classi subalterne», o anche «cultura popolare».
Si chiamava Domenico Scandella, detto Menocchio. Era nato nel 1532 (al tempo del primo processo dichiarò di avere cinquantadue anni) a Montereale, un piccolo paese di collina del Friuli, venticinque chilometri a nord di Pordenone, proprio a ridosso delle montagne. Qui era sempre vissuto, tranne due anni di bando in seguito a una rissa (1564-65), trascorsi ad Arba, un villaggio poco lontano, e in una località imprecisata della Carnia. Era sposato e aveva sette figli; altri quattro erano morti. Al canonico Giambattista Maro, vicario generale dell’inquisitore di Aquileia e Concordia, dichiarò che la sua attività era «di monaro, marangon, segar, far muro et altre cose». Ma prevalentemente faceva il mugnaio; portava anche l’abito tradizionale dei mugnai, una veste, un mantello e un berretto di lana bianca. Così vestito di bianco si presentò al processo.
Un paio d’anni dopo (1586) disse agli inquisitori di essere «poverissimo»: «non ho altro che doi mollini a fitto et doi campi a livello, et con questi ho sustentato et sostento la mia povera famiglia». Ma certo esagerava. Anche se una buona parte dei raccolti sarà servita a pagare, oltre al canone gravante sui fondi, l’affitto (verosimilmente in natura) dei due mulini, ne doveva restare abbastanza per tirare avanti, e eventualmente cavarsi d’impaccio nei momenti difficili. Così, allorché si era trovato a Arba bandito, aveva subito affittato un altro mulino. Quando sua figlia Giovanna si sposò (Menocchio era morto all’incirca un mese prima) ricevette una dote pari a 256 lire e 9 soldi: non ricca ma nemmeno troppo misera, rispetto alle consuetudini della zona negli stessi anni.
In complesso, sembra che la posizione di Menocchio nel microcosmo sociale di Montereale non fosse delle più trascurabili. Nel 1581 era stato podestà del paese e delle «ville» circostanti (Gaio, Grizzo, San Lonardo, San Martino) nonché, in una data imprecisata, «camararo», cioè amministratore della pieve di Montereale. Non sappiamo se qui, come in altre località del Friuli, il vecchio sistema della rotazione delle cariche fosse stato sostituito dal sistema elettivo. In questo caso, il fatto di saper «leggere, scrivere et abaco» aveva dovuto favorire Menocchio. I camerari, infatti, venivano scelti quasi sempre fra persone che avevano frequentato una scuola pubblica di livello elementare, imparando magari anche un po’ di latino. Scuole di questo genere esistevano anche a Aviano o a Pordenone: a una di esse si sarà recato Menocchio.
Il 28 settembre 1583 Menocchio fu denunciato al Sant’Uffizio. L’accusa era di aver pronunciato parole «ereticali e empissime» su Cristo. Non si era trattato di una bestemmia occasionale: Menocchio aveva addirittura cercato di diffondere le sue opinioni, argomentandole («praedicare et dogmatizare non erubescit»). Ciò aggravava subito la sua posizione.
Questi tentativi di proselitismo furono ampiamente confermati dall’inchiesta informativa che si aprì un mese dopo a Portogruaro, per continuare poi a Concordia e nella stessa Montereale. «Sempre contrasta con alcuno della fede per modo di disputar, et ancho con il piovano» riferì Francesco Fasseta al vicario generale. E un altro testimone, Domenico Melchiori: «Sol disputare con l’un et l’altro, et volendo disputtar con me io li disse: “Io son calligaro, et ti molenaro, et tu non sei dotto: a che far disputtar di questo?”». Le cose della fede sono alte e difficili, fuori dalla portata di mugnai e calzolai: per discuterne ci vuol dottrina, e i depositari della dottrina sono anzitutto i chierici.
Ma Menocchio diceva di non credere che lo Spirito santo governasse la Chiesa, aggiungendo:
«Li prelati ne tien sotto di loro, et fanno per tenerne in bona, ma si danno bon tempo»; quanto a lui, «conosceva meglio Iddio di loro». E quando il pievano del villaggio l’aveva condotto a Concordia, dal vicario generale, perché si chiarisse le idee, dicendogli «questi capricii che tu tieni sono heresie», Menocchio aveva promesso di non immischiarsi più in queste faccende – ma per ricominciare subito dopo. In piazza, all’osteria, andando a Grizzo o a Daviano, venendo dalla montagna: «sole con ciascheduno che parla» disse Giuliano Stefanut «introdure il ragionamento sopra le cose de Dio, et sempre interponergli qualche ramo di heresia: et così disputa et crida per mantenere quella sua opinione».
[…]
Questo mugnaio, già podestà del paese e amministratore della parrocchia, non viveva certo ai margini della comunità di Montereale. Molti anni dopo, al tempo del secondo processo, un testimone dichiarò:
«Io lo vedo a praticare con molti et credo che sia amico de tutti». Eppure a un certo punto era scattata una denuncia contro di lui, che aveva dato il via all’istruttoria.
I figli di Menocchio, come vedremo, individuarono subito nell’anonimo delatore il pievano di Montereale, don Odorico Vorai. Non si sbagliavano. Tra i due c’era un vecchio contrasto: da quattro anni Menocchio andava addirittura a confessarsi fuori dal paese. È vero che la testimonianza del Vorai, che chiuse la fase informativa del processo, fu singolarmente elusiva:
«Non mi posso recordare particularmente che cose habbia detto, et questo per haver poca memoria, et per esser impedito da altri negotii». Apparentemente nessuno meglio di lui era nella posizione di dare informazioni al Sant’Uffizio su questa materia: ma il vicario generale non insistette. Non ne aveva bisogno: era stato proprio il Vorai, istigato da un altro prete, don Ottavio Montereale, appartenente alla famiglia dei signori del luogo, a trasmettere la denuncia circostanziata su cui si erano basate le precise domande rivolte dal vicario generale ai testimoni.
Questa ostilità del clero locale si spiega facilmente. Come abbiamo visto Menocchio non riconosceva alle gerarchie ecclesiastiche nessuna speciale autorità nelle questioni di fede. «Che papi, prelati, che preti! le qual parole diceva in disprezzo, ché non credeva a loro» riferì Domenico Melchiori. A furia di discutere e argomentare per strade e osterie, Menocchio doveva aver finito quasi col contrapporsi all’autorità del pievano. Ma che cosa diceva, insomma, Menocchio?
Tanto per cominciare, non solo bestemmiava «smisuratamente», ma sosteneva che bestemmiare non è peccato (secondo un altro teste, che bestemmiare i santi non è peccato, ma Dio sì) aggiungendo con sarcasmo: «ognuno fal il suo mestier, chi arrar, chi grapar, et io fazzo il mi mestier di biastemar». Poi faceva strane affermazioni, che i compaesani riferirono in maniera più o meno frammentaria e scucita al vicario generale. Per esempio: «l’aere è Dio … la terra è nostra madre»; «che vi maginate che sia Dio? Iddio non è altro che un può de fiato, et quello tanto che l’homo se immagina»; «tutto quello che si vede è Iddio, et nui semo dei»; «’l cielo, terra, mare, aere, abisso et inferno, tutto è Dio»; «che credevù, che Giesu Christo sia nasciuto della vergine Maria? non è possibile che l’habbia parturito et sia restata vergine: puoi ben esser questo, che sia stato qualche homo da bene, o figliol di qualche homo da bene». Infine, si diceva che avesse dei libri proibiti, in particolare la Bibbia in volgare: «sempre va disputando con questo et con quello, et ha la Bibia vulgare et si immagina fundarsi sopra di quella, et sta ostinato in questi suoi ragionamenti».
Carlo Ginzburg, da “Il formaggio e i vermi” (Il cosmo di un mugnaio del ‘500), 2019
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In evidenza: Piantagione di grano, Tacuinum sanitatis Casanatense (XIV secolo)




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